Merano Wine Festival 2024: appunti dal Kurhaus

Tra eleganza e verticalità: Merano in tre giorni e quattro sorsi.

Merano Wine Festival 2024: appunti dal Kurhaus

C’è un’eleganza tutta diversa nel vino quando lo bevi al Merano Wine Festival. Forse per la luce dell’Alto Adige, o per il Kurhaus che sembra fatto apposta per amplificare profumi e silenzi.

Merano è un paese che pare scolpito nel respiro delle Alpi: architetture liberty, colline che sanno di mele e vento fresco, ritmo lento ma preciso.

Il Kurhaus, sede storica del festival, accoglie appassionati e produttori in un equilibrio tra mondanità e ascolto. Si entra per degustare, ma si resta per osservare: la calma dei sommelier, i colori dei calici, l’eco delle lingue che si intrecciano come vigneti.

“Wine is bottled poetry.” Robert Louis Stevenson

Quest’anno l’atmosfera era quella delle grandi edizioni — viva ma composta. Si entrava con l’idea di degustare e si finiva col raccontare, perché a Merano non si assaggia: si ascolta. Il vino ti parla nelle sfumature, nei tempi morti tra un sorso e l’altro.

E non solo vino. La sezione The WineHunter Gourmet Arena era una festa parallela: formaggi d’alpeggio, pani fragranti, oli extravergini lucenti, cioccolati scuri e spezie rare.

Le Eccellenze italiane raccontavano la stessa filosofia del bicchiere: pazienza, identità, gusto per i dettagli. È quella parte del festival che sporca le dita e addolcisce la memoria, fatta di incontri brevi ma veri, come una chiacchiera davanti a un banco di norcineria.

Tra assaggi e Eccellenze

Tra gli stand, l’Italia mostrava il suo volto più maturo: vini solidi, puliti, narrati da mani che conoscono la misura. Si respirava la consapevolezza di un Paese che non deve più gridare per farsi ascoltare.
Ogni banco era un frammento di territorio, tra acidità alpine e dolcezze mediterranee, tra sorsi tesi e calici che sembravano respirare da soli.

Eppure, davanti a centinaia di calici, scegliere è quasi impossibile. Ci sono vini che ammaliano per equilibrio, altri che colpiscono per energia, altri ancora che restano nella memoria senza un motivo preciso.
Ho deciso comunque di provarci: non per eleggere i migliori, ma per condividere quattro bottiglie che, tra tutte, mi hanno davvero parlato — quelle che, per un dettaglio, un profumo o una vibrazione, hanno trasformato un assaggio in emozione.

1. Krafuss – Alois Lagder

Eleganza senza trucco: ciliegia croccante, erbe secche, setosità che invita al secondo calice. Dalle colline sopra Magrè, un Pinot che parla la lingua pulita e verticale dell’Alto Adige, dove biodinamica e misura si incontrano senza fare rumore.


2. Vin de la Neu – Resistenti Nicola Biasi

Bianco d’altitudine estrema, nato tra le nevi del Predaia e da vitigni PIWI resistenti, coltivati per sfidare freddo e tempo. Profuma di mela verde, fieno e aria pulita. Il sorso è nitido, verticale, con una freschezza che sembra arrivare direttamente dal ghiaccio. Un vino preciso e raro.


3. Chardonnay Ars Magna – Omina Romana

Un bianco mediterraneo che unisce calore e precisione. Dorato e profondo, profuma di agrumi maturi, nocciola e luce calda dei Colli Albani. In bocca è ampio ma controllato: potenza e finezza che si danno del tu. Un sorso che sa di competenza, tempo e rispetto per la forma.


4. Riserva del Fondatore – Letrari

Un metodo classico che sfida il tempo: Chardonnay e Pinot Noir, raccolti a mano, riposano più di 8 anni sui lieviti. Al naso: crosta di pane, nocciola tostata, erbe secche, grafite. Il sorso è pieno e avvolgente, fresco nel finale, con una struttura che invita alla seconda bottiglia… anche dopo molti anni. È l’eleganza della montagna che parla di pazienza.


Si esce dal Kurhaus con la testa piena di nomi e il palato ancora sveglio. Il Merano Wine Festival resta una bussola: serve a orientarsi tra tendenze, stili e territori, ma soprattutto a ricordare che dietro ogni etichetta c’è una scelta precisa. Nessun trionfo, nessuna sorpresa clamorosa: solo la conferma che la qualità, in Italia, è ormai una certezza più che una ricerca.